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Un diario di cose celesti

Chi siamo? Perché?

Un assaggio d'immensità

20 Jan 2013 10:15 AM – Michele Diodati

Galileo rimase stupito e ammirato, quando si accorse con il suo piccolo cannocchiale che le stelle in cielo erano molte più di quelle che poteva vedere a occhio nudo. Nei quattro secoli trascorsi da allora, lo sviluppo della tecnologia ha reso i telescopi sempre più potenti. Di conseguenza, è aumentata in misura impressionante la quantità di stelle osservabili e la densità dei campi stellari visibili in un'unica immagine.

Un cielo sufficientemente oscuro e pulito, come quello che si può ammirare da Cerro Paranal nelle Ande cilene, e una fotocamera di ultima generazione collegata a un piccolo telescopio bastano oggi per creare un mosaico della Via Lattea popolato letteralmente da milioni di stelle. È ciò che ha fatto il francese Stéphane Guisard, astrofotografo e ingegnere ottico dell'ESO.

Unendo 1200 immagini individuali, ottenute nel corso di 29 notti e 200 ore totali di tempo di esposizione, Guisard ha assemblato un mosaico della regione centrale della Via Lattea, in cui compaiono insieme alcune delle nebulose più note, ammassi globulari, i densissimi campi stellari del Sagittario, le nubi oscure che affollano il piano galattico e, più in là, la magnifica regione di Antares e Rho Ophiuchi.

L'immagine finale è un mastodontico "lenzuolo" che misura 24.000 x 14.000 pixel e contiene 340 milioni di pixel per ciascuno dei tre colori – rosso, verde e blu – usati per generare la policromia. Copre un'area di cielo di 30 gradi per 20, più o meno corrispondente all'area sottesa da due mani aperte tenute alla distanza delle braccia tese.

Una vista in formato ridotto della grande immagine del centro galattico prodotta da Stéphane Guisard. Cortesia: S. Guisard / ESO

Una vista in formato ridotto della grande immagine del centro galattico prodotta da Stéphane Guisard. Cortesia: S. Guisard / ESO

Sul sito di Guisard è possibile navigare all'interno dell'immagine, ingrandirla e rimpicciolirla a piacere, grazie al software Zoomify. Più sotto ho riportato alcuni frammenti del mosaico a vari fattori d'ingrandimento, in modo da dare al lettore un'idea dell'immensità e della ricchezza dello scenario.

C'è qualcosa che non finisce mai di sorprendermi e allo stesso tempo di sgomentarmi, quando osservo immagini di questo tipo: la vastità dell'universo di cui siamo parte. E la sua terribile bellezza.

Guisard ha ripreso solo una porzione della Via Lattea. Per di più il limite di visibilità del telescopio che ha utilizzato cade intorno alla 12ª magnitudine (per confronto, Hubble è in grado di scorgere oggetti fino alla 30ª magnitudine). Ciò vuol dire che le stelle che possiamo osservare ingrandendo fino al limite massimo la sua immagine del centro galattico sono solo una piccola percentuale delle centinaia di miliardi che affollano la Via Lattea (che a sua volta è solo una tra miliardi di altre galassie).

Eppure le migliaia e migliaia di puntini luminosi che risaltano in un piccolo frammento ingrandito del mosaico impongono al nostro cervello – evolutosi per dominare una realtà fisica molto più ristretta, alla portata delle nostre mani e delle nostre gambe – una sfida nuova e terribilmente impegnativa: rappresentarci la vera immensità e imparare a rapportarci ad essa.

L'oceano è certamente immenso per un essere umano. Figuriamoci quanto poteva esserlo per genti primitive, che pure si imbarcarono su minuscole canoe e riuscirono a raggiungere isole e continenti sconosciuti. Ma l'immensità con cui il centro galattico ripreso da Stéphan Guisard ci pone a confronto ci costringe a fare i conti con una scala di grandezze incomparabilmente maggiori del più grande oceano terrestre.

Il bianco lattiginoso dei campi stellari più densi della Via Lattea sembra suggerire all'intuizione che quei milioni di stelle siano addossate le une alle altre, separate da distanze minime. Sappiamo invece che non è così. Anche nel cuore degli ammassi globulari, la distanza media fra stelle che non sono parte di sistemi binari o multipli si conta in frazioni significative di anno luce. Già la distanza che ci separa dal Sole è immensa in termini umani: 150 milioni di chilometri. Eppure bisogna percorrere 63.241 volte quella distanza per fare un solo anno luce! Negli oltre 35 anni trascorsi da quando fu lanciato, il Voyager 1, il manufatto umano attualmente più lontano dalla Terra, ha percorso finora "appena" 123,6 unità astronomiche, pari a poco più di 17 ore luce: meno della cinquecentesima parte di un anno luce.

Insomma, tutto "là fuori" è immensamente grande e immensamente lontano. Noi che viviano nell'era di Hubble e dei grandi telescopi, siamo tra le prime generazioni di esseri umani a poterci confrontare con un concetto di immensità che non ha paragoni con nessuna esperienza umana del passato. Per la prima volta nella storia, la nostra intuizione deve provare ad afferrare l'esistenza di dimensioni fisiche che trascendono di gran lunga qualsiasi possibilità umana di esperienza diretta. Il nostro cervello deve ora imparare a misurarsi con la vera scala dell'universo, perché abbiamo bisogno di dare un senso comprensibile a uno spazio che si è improvvisamente allargato molto oltre gli angusti confini del nostro piccolo pianeta.

La cosa bella in tutto ciò resta il piacere profondamente umano di sapere che c'è davanti a noi, quasi inesplorato, un tesoro di conoscenze praticamente inesauribile. Come ha scritto ottimamente Phil Plait, «ecco perché non mi stancherò mai e poi mai dell'astronomia. C'è così tanto da vedere! Potremmo impiegare un milione di vite umane e persino allora avremmo soltanto appena cominciato».

Zoom progressivo verso la supergigante rossa Antares e gli ammassi globulari NGC 6144 e M4. Cortesia: S. Guisard / ESO
Zoom progressivo verso la supergigante rossa Antares e gli ammassi globulari NGC 6144 e M4. Cortesia: S. Guisard / ESO
Zoom progressivo verso la supergigante rossa Antares e gli ammassi globulari NGC 6144 e M4. Cortesia: S. Guisard / ESO

Zoom progressivo verso la supergigante rossa Antares e gli ammassi globulari NGC 6144 e M4. Cortesia: S. Guisard / ESO

Al massimo ingrandimento, le stelle che affollano i campi stellari più densi della Via Lattea formano una nebbia lattiginosa che dà l'impressione che le stelle quasi si tocchino. Eppure sono separate mediamente le une dalle altre da migliaia e migliaia di unità astronomiche. Cortesia: S. Guisard / ESO

Al massimo ingrandimento, le stelle che affollano i campi stellari più densi della Via Lattea formano una nebbia lattiginosa che dà l'impressione che le stelle quasi si tocchino. Eppure sono separate mediamente le une dalle altre da migliaia e migliaia di unità astronomiche. Cortesia: S. Guisard / ESO

Stéphane Guisard con i "ferri" del mestiere. Cortesia: S. Guisard / ESO

Stéphane Guisard con i "ferri" del mestiere. Cortesia: S. Guisard / ESO

Riferimenti

Tag: centro galattico, via lattea, eso, astrofotografia, articoli

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